Ricordiamo la deportazione degli
operai genovesi il 16 Giugno 1944
Il 16 Giugno 1944 in 4 fabbriche genovesi, la San Giorgio, la SIAC, la Piaggio e il Cantiere Ansaldo vennero circondate e occupate dai tedeschi per prelevare in massa gli operai e trasferirli nei lager in Germania. I nazi fascisti volevano compiere una azione punitiva, che colpisse una volta per tutte i centri nevralgici delle lotte operaie genovesi e si potesse mettere fine al reclutamento operaio tra le fila partigiane. L’azione dei tedeschi fu rapida e si svolse intorno alle 14.00, in un momento di relativa calma, dato che gli scioperi erano cessati da qualche giorno. I tedeschi circondarono le fabbriche per bloccare ogni uscita. L’azione fu così rapida che la maggior parte dei lavoratori fu sorpresa e non si rese conto che li stavano deportando. Quando gli operai si resero conto di ciò che stava avvenendo era ormai impossibile tentare qualche forma di resistenza. Naturalmente vi furono scene di panico e di disperazione. Vi fu chi tentò di gettarsi in mare dalla fabbrica San Giorgio, altri, invece, tentarono di gettarsi dal treno una volta caricato, uno di questi, Anfossi, capo squadra alla SIAC, si gettò dal treno mentre transitava nella Galleria dei Giovi e morì. Lo stesso quotidiano genovese, Il Corriere Mercantile, con la consueta ipocrisia della stampa fascista di allora, parlò, il 17 Giugno 1944, di “frettolosi commiati”. La notizia si diffuse per tutta Genova e con essa il panico. Nel suo libro Martirio (pubblicato a Genova, nel 1945), Rava scrive che il partigiano Soldo raccontò, singhiozzando di angoscia, che alle 2 del pomeriggio “le SS accompagnate da questurini fascisti e da uomini della X Mas hanno bloccato, alla San Giorgio e altrove, le maestranze negli stabilimenti, le hanno ammassate, sotto la minaccia di mitra, sui piazzali. Han diviso dai vecchi i giovani, ne han caricato centinaia e centinaia su autobus e camion, così com’erano in tuta, qualcuno con gli zoccoli, senza nulla. Come bestie….Pare che più di un operaio sia morto, cercando di fuggire dagli stabilimenti, attraversando qualche campo di mine. Un operaio, Zocchi racconta che alcuni erano decisi a morire piuttosto che farsi prendere dai tedeschi. Tirarono a sorte chi per primo doveva attraversare il campo minato, unica via alla fuga; avanzò il primo, saltò; il secondo saltò, gli altri poterono passare. Circa 2000 lavoratori erano rimasti intrappolati dai tedeschi e dai fascisti. Stando a studi fatti da E. Colotti (in L’organizzazione amministrativa ed economica tedesca dell’Italia occupata, relazione tenuta al Convegno Nazionale sulla Resistenza, Roma 23/24/25 Ottobre 1964, ristampato in Rassegna del Lazio, anno XII, numero speciale, Roma, 1965), riprendendo i dati da un documento tedesco, si dice che il numero degli operai genovesi deportati in Germania, il 16 Giugno 1944, fu di 1448. Solo che dalla fabbrica SIAC secondo la Sentenza della Corte d’Assise Straordinaria del 9 Agosto 1945 contro Giovanni Di Stefano, brigadiere della Questura di Genova, che prese parte insieme alle SS al rastrellamento di operai nelle fabbriche genovesi, si parla di 570 lavoratori prelevati. Lo stesso capo della Provincia di Genova parlò di oltre 2.000 lavoratori deportati (Archivio di Stato di Genova, Prefettura, 167). La stessa cittadinanza genovese fu sorpresa e terrorizzata dalla durezza del rastrellamento tedesco. Qualche reazione si ebbe soprattutto da parte di molte donne, mogli, sorelle e fidanzate dei deportati, ma tutto fu inutile. Gli uomini validi che ebbero la fortuna di non essere presenti alla retata fuggirono sulle colline e abbandonarono presto la città impaurita. Un operaio di Fegino, A. Mattei, che per sua fortuna non aveva potuto recarsi in fabbrica quel giorno, si trovava a casa sua a Fegino quando gli giunse notizia che stava succedendo qualcosa di molto grave e si precipitò nella vicina Sestri Ponente. Qui, presso la fabbrica San Giorgio, vide una cinquantina di donne che stavano protestando animatamente davanti alla fabbrica. Non si vedevano uomini validi, solo donne e ragazzini. I tedeschi armati sino ai denti controllavano la situazione. Il Mattei scappò via, visto che non si poteva fare niente. Le SS avevano voluto colpire i centri propulsori degli scioperi e delle proteste anti fasciste operaie in città, in particolare due fabbriche come la SIAC e la San Giorgio, che erano considerate le più combattive e piene di comunisti e socialisti. L’azione fu tremenda e scosse profondamente Genova e la sua classe lavoratrice, ma la combattività di questa città non diminuì nonostante la terribile deportazione di circa 1500 operai ribelli. Due giorni dopo il quotidiano genovese Il Lavoro pubblicò un comunicato delle forze d’occupazione tedesche in Genova. “Nel corso della lotta decisiva sono indispensabili fronti e prese di posizione chiaramente delineati. Perciò qualsiasi genere di sciopero significa voler sabotare lo sforzo bellico di un’intera nazione. L’operazione svoltasi il 16 Giugno negli stabilimenti SIAC, S. Giorgio, Cantiere Ansaldo e Piaggio ha chiaramente dimostrato che le Forze Armate del Reich e le Autorità italiane sanno prendere anche energici provvedimenti per colpire sobillatori, scalmanati, scioperanti e sabotatori” (da Il Lavoro del 18 Giugno 1944). Ma la Resistenza cittadina non si fece attendere, il 25 Giugno 1944 in un bar di Via del Campo, nel centro storico genovese, un ordigno esplosivo uccideva 6 militari tedeschi e il 5 Luglio un gruppo armato feriva gravemente un ufficiale tedesco. La reazione dei ribelli genovesi fu spesso dura e rabbiosa e fascisti e tedeschi venivano uccisi quasi sempre nei quartieri operai di Bolzaneto, Sampierdarena e Sestri Ponente, i quartieri cuore delle lotte clandestine operaie. La resistenza operaia rispondeva colpo su colpo, lì dove la repressione fascista e tedesca era più forte e più odiosa. Lo stesso carattere indiscriminato delle rappresaglie tedesche rivela un panico di fondo che pervadeva le forze di occupazione tedesche e i loro alleati fascisti che avevano la sensazione di essere sempre e ovunque circondati da forze ostili e sentivano la loro profonda impotenza a vincere questo inafferrabile nemico. La stragrande maggioranza di quei 1448 operai deportati in Germania su 43 vagoni ferroviari non faranno mai più ritorno a casa. Si volle colpire gli operai e le principali fabbriche genovesi, perché erano il centro nevralgico delle lotte contro il fascismo e contro gli occupanti tedeschi, perché Genova operaia democratica e comunista faceva fronte con le armi, con i sabotaggi e gli scioperi al nazi fascismo, che aveva portato miseria, fame e guerra nel nostro paese e nella nostra città. Ricordare quegli operai e quella povera gente oggi ha un grande valore politico e morale per dire no al vecchio e nuovo fascismo, perché le vicende non si ripetano e perché prendiamo coscienza da dove provengono certi valori di libertà, democrazia e socialità che la nostra Costituzione, nata dalla Resistenza, ha saputo sino ad oggi garantire al nostro paese.